Diana Çuli

Diana Çuli, una delle scrittrici più apprezzate dell’attuale panorama letterario albanese, è nata a Tirana in Albania, nel 1951.

Una penna multiforme la sua, che dona gli albori a componimenti di svariati generi, spaziando dal mondo dei racconti a quello dei gialli, per poi arrivare al meraviglioso universo teatrale, che trae da alcune sue opere delle interessanti sceneggiature.

Laureata in Lingua e letteratura albanese, è ancora giovanissima quando collabora con la rivista Drita, per poi inserirsi nella redazione Les lettres albanaises, che vede a capo il celebre Kadare.

Diana è autrice,  in Albania, di libri come  Zëri i largët (La voce lontana, 1981),  Rrethi i kujtesës (Il circolo della memoria, 1984), Dreri i trotuarëve (Il cervo dei marciapiedi, 1990) e Requiem (1991), che le conferiscono la fama di ottima scrittrice.

Non è trascurabile il suo impegno come traduttrice. Grazie al suo meritevole lavoro di trasposizione, l’Albania conosce autori come Jean Paul Sartre, Andre Jide e Simone de Beauvoir.

Diana Çuli non è solo scrittrice, giornalista e traduttrice. A parte avere alle spalle un importante impegno politico, (nel 2005 è stata eletta  deputata al Parlamento della Repubblica d’Albania), è encomiabile ed emotivamente coinvolgente la sua dedizione alla lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne.

Fondatrice del Forum delle Donne Indipendenti, che vede la luce nel 1992, subito dopo la caduta del regime, Diana si batte fermamente per far sì che trovi accoglimento il rispetto delle leggi contro la violenza sulle donne, con lo scopo che la giustizia, finalmente, possa definirsi tale nelle oscure vicende di brutalità, che troppo spesso le coinvolgono. L’Associazione è attiva ancora oggi, sostenuta da un grande movimento femminile e con esso prosegue nella propria missione, ottenendo eccellenti risultati. La Çuli avendo, appunto, pubblicato durante il regime alcuni romanzi, racconta con profonda e dolorosa lucidità, quanto fosse difficile essere giornalisti e scrittori sotto la dittatura di Enver Hoxha e di come fossero costretti a infliggersi una sorta di autocensura, per non danneggiare se stessi o gli altri.

“Dopo la caduta del regime, improvvisamente ci siamo sentiti liberi. Non abbiamo più avvertito sulle nostre spalle il peso della censura e dell’autocensura. D’altra parte, la libertà costituisce una grande responsabilità. Negli anni successivi, infatti, gli scrittori, me compresa, hanno prodotto molto poco. Il periodo di cambiamenti radicali e la necessità di lavorare su altre cose, per ricostruire il Paese rovinato dal regime, hanno sicuramente contribuito a un fermo della produzione letteraria, che ha poi avuto una ripresa a pieno titolo”.

È quanto afferma Diana in un’intervista rilasciata nel 2020 a Mangialibri, per evidenziare come, la costrizione psicologica e oggettiva attuata dal regime nei confronti della scrittura e della cultura, si sia palesata anche dopo la sua caduta. Ci è voluto del tempo, affinché tutto riprendesse il giusto corso e affinché, a ogni autore fosse tacitamente restituito il proprio percorso letterario. Nel 2007, l’Associazione degli editori albanesi le conferisce il Premio “Scrittrice dell’anno” per il romanzo Angeli armati.

Angeli armati

Angeli armati è la prima pubblicazione italiana di Diana Çuli (2012). Una storia di inganni che si intreccia con la dura realtà di un’unita partigiana, nell’epoca della resistenza albanese contro l’invasione tedesca. Un libro ambientato, quindi, durante la Seconda Guerra Mondiale, che esalta all’ennesima potenza i sentimenti umani, in tutta la loro crudeltà, quando un fratello uccide sua sorella in nome del “tradimento della causa” e in tutta la loro bellezza nell’incantevole e tragica storia d’amore tra Dorothea e Aleks, colpevoli di non aver rispettato le regole e di aver reso criminosa la rettitudine partigiana, macchiandone l’onore.

Un romanzo fortemente passionale questo Angeli armati, in cui l’autrice parla di guerra e lo fa attraverso i tormenti, gli slanci e gli impeti, che sono alla base delle esistenze dei personaggi che animano il libro. Non si risparmia la Çuli nel suo tentativo, ben riuscito, di  irrompere nelle verità, di entrare sfacciatamente e senza remora alcuna nella sofferta realtà di chi, a torto o a ragione, crede fermamente nei propri ideali. Perché, avere fede in determinati presupposti rimane un atto di coraggio, doloroso, travagliato, difficile e faticoso.

Un’affermazione di tangibile veridicità, che la scrittrice albanese “urla a squarciagola”, attraverso i fatti e le emozioni narrati nel romanzo. La Çuli non si chiede se l’atto di avere fede in qualcosa sia o meno apprezzabile: con la sua poliedrica penna va oltre ogni domanda, dando alla narrazione una spinta ardente e donando vita a un testo avvincente e coinvolgente. Tradimenti, vendette, spionaggio e omicidi all’ombra di una terribile guerra.

È così che il lettore si ritrova catapultato in una realtà paurosa, dove però, la forza irruente dell’amore e il vigore armato del cuore si scagliano contro tutto e tutti, pagando un prezzo altissimo. Le vicende personali e quelle legate alla Storia che fa da sfondo al romanzo vengono analizzate in maniera attenta e particolareggiata, con una scrittura che non trascura l’eleganza, pur essendo caratterizzata da buona genuinità.

L’autrice adatta alla narrazione uno stile che ben mescola linearità a sinuosità. Si fa asciutto e “disciplinato” nel racconto più duro e crudo, conoscendo piacevoli e flessuose curve, in quella parte di narrazione stretta nella delicata morsa dei sentimenti.

Scrivere sull’acqua

Scrivere sull’acqua viene pubblicato nel 2019 e racconta di Pablo e Carlo, che legati da svariate esperienze rivoluzionarie, decidono nel 1984, di recarsi insieme in Albania, una nazione sottomessa alla dittatura di Hoxha.

I due si ritrovano a confrontarsi con il dispotismo e il sospetto continuo e per questo il viaggio costituisce una grande delusione, cosa che li trasforma radicalmente. Ed è ancora l’Amore a fare capolino in questo Scrivere sull’acqua, quando Pablo si innamora di Cristina Zoto, un rapporto che vive le conseguenze del regime e quelle di una rinnovata Albania, dominata da una nuova e disumana realtà dettata dai trafficanti di vite umane. L’inchiostro, con cui Diana redige questo romanzo, si tinge ancora di emozioni raccontate attraverso il disegno di un Paese afflitto e devastato, privato della sua libertà prima e governato da una grande confusione dopo, nel suo faticoso tentativo di ricostruzione.

Un romanzo in cui le speranze oggettive muoiono, per rifiorire puntualmente nell’animo umano che mai si arrende, anche di fronte alle asperità.

Diana Çuli racconta in maniera asciutta e forte di un’Albania che conosce un profondo e mal gestito cambiamento, privo di ogni giusto supporto governativo. Una mutazione di forte impatto emotivo, politico e sociale, che non migliora la condizione di una popolazione, che continua a vivere nella totale povertà, sognando l’Occidente. Il desiderio di approdare in Italia è grande, ma spesso si rivela diverso dalle aspettative.

La Çuli non rimane sopra le parti. Accusa e punta il dito contro chi poteva fare e non ha fatto e contro un sistema prepotente. Arriva al lettore tutta la rabbia e la sofferenza di una scrittrice, che da sempre, vede e tocca con mano le controversie dell’Albania e i suoi cambiamenti, vivendoli con grande coinvolgimento. Qui, lo stile di Diana si fa ermetico, teso, quasi desunto, non conosce morbidezza, perché il racconto deve giungere al lettore in tutto il suo realismo. Emblematica è la carica emotiva della scrittura, atta a evidenziare la sua intrinseca inquietudine.

Assassinio nel palazzo del governo

Risale al 2020 l’ultima pubblicazione italiana di Diana Çuli. Il rinvenimento di un cadavere nel Palazzo del governo di Tirana è il fulcro di tutto il racconto. L’uomo trovato morto è il Segretario generale del Consiglio dei Ministri, assistente diretto della nuova premier. Le cause della sua dipartita non sono molto chiare e per questo la Primo Ministro decide di fare luce sull’accaduto.

Affida le indagini a Beti Duka, che  diventa un inquirente in totale segretezza. La donna, dopo aver ricevuto una copertura governativa e in qualità di Consigliera della Cultura, viaggia per i Balcani, in compagnia di un nutrito gruppo di colleghi, tutti possibili sospettati. Beti è sostenuta da suo fratello Genti e fa i conti tra un difficile presente e un passato opprimente legato alla sua famiglia.

Un’impronta diversa quella lasciata da Diana Çuli in questo Assassinio nel palazzo del governo, un thriller tutto al femminile, ambientato principalmente in Albania, ma che presenta i Balcani in tutta la loro bellezza. Beti Duka, un personaggio energico e di grande empatia, è impegnata nella gestione del progetto albanese inserito in uno più grande dell’UNESCO, riguardante proprio i Balcani.

La donna conduce l’indagine affidatale dalla Primo Ministro, ma anche un’altra, personale e molto sofferta: i suoi genitori sono scomparsi durante la dittatura di Hoxha e non se n’è saputo più nulla. Diana, con grande abilità, intreccia le vicende lavorative e personali dei protagonisti con quelle della Storia albanese, affrontando, con cognizione di causa, lo scottante tema dell’influenza dittatoriale e degli strascichi lasciati nella vita della Nazione e nell’Anima degli albanesi.

Un romanzo in cui emerge tutto lo spessore della scrittura dell’autrice, che racconta di fatti tragici, alleggerendo la narrazione con bellissime descrizioni paesaggistiche dei luoghi balcanici. Uno stile più morbido incornicia questa storia, dove ancora una volta Diana racconta di un’Albania energicamente concentrata sulla propria evoluzione, in un equilibrio precario tra lo sguardo proiettato verso il futuro e quel sottile ma indelebile filo, che la lega profondamente al passato.

/ Anna Lattanzi

Assassinio nel palazzo del governo
Scrivere sull’acqua
Dal paese delle aquile
Angeli armati

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